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43 - mese uno di una canzone al giorno

26 lug
Tempo di lettura: 4 min

Come ho iniziato a raccontare il mio quarantatreesimo anno con una canzone al giorno



L’innesco di tutto questo è scattato la notte prima, il 26 giugno, sotto il cielo del Lido di Camaiore.

Ero andata ad ascoltare Nick Cave senza sapere che sarei tornata a casa con un progetto.

Ripensandoci, la cosa più sorprendente non è stata il concerto in sé, né la perfezione della performance, né la quantità di persone raccolte sotto lo stesso cielo. È stato il modo in cui, per qualche ora, la musica ha smesso di essere un oggetto esterno.

Da ragazza avevo sempre immaginato le canzoni come lettere indirizzate a qualcuno: dichiarazioni d’amore, richieste di attenzione, invocazioni, addii. Anche quando le ascoltavo da sola, mi sembravano rivolte verso un altrove.


Quella sera è accaduto il contrario.


Ricordo con precisione il momento in cui qualcosa ha ceduto. Durante Wild Horses. Durante Children. Nel punto esatto in cui la cassa toracica ha iniziato a vibrare fino a farmi percepire il corpo non più come un contenitore, ma come una camera di risonanza.

Lì ho avvertito una densità emozionale che non avevo mai esplorato fino in fondo. Come se decenni di ascolti si fossero improvvisamente riallineati mostrando un disegno nascosto che avevo avuto sotto gli occhi per tutta la vita senza riconoscerlo.


Per decenni avevo creduto che la musica fosse un vettore puntato verso l’esterno, un modo per parlare d’amore verso qualcun altro; in quella vertigine ho avuto l’epifania contraria, capendo all’improvviso che tutta la sterminata mole di suono ingoiata nella mia vita parlava in realtà della relazione tra le mie stesse crepe, mettendo in scena i contrasti tra le mie molteplici voci interiori che, nel loro scontrarsi e riconoscersi, hanno consumato tutte le fasi di un vero e proprio discorso amoroso alla Roland Barthes.

Con questa urgenza fisica di intrappolare nella materia la potenza di ciò che sentivo salire, il mattino del 27 giugno ho compiuto quarantatré anni senza alcun proclama, senza linee di confine tracciate a terra o liste di intenti febbricitanti per promettere una mutazione in qualcosa di diverso, avvertendo solo il crudo scatto del calendario.

Ho aperto Spotify digitando 43 per creare un contenitore vuoto, lasciando in calce una riga sottile come vetro:


“Un brano al giorno, 365 ritmi di giornata per questo anno di ricominciamenti”.


Credevo fosse un banale esercizio di accumulo e di sapere esattamente cosa stessi costruendo tra muro, malta e mattoni finché, accorgendomi dell’errore, ho capito che non stavo affatto ammassando canzoni ma cristallizzando tracce di presenza, fissando impronte sul ghiaccio un attimo prima del disgelo.


Certi giorni la scelta è stata un lampo freddo con una melodia incastrata tra i denti già al risveglio, simile a un reperto lasciato sul comodino dai turni di notte del subconscio, mentre altre volte il suono è servito da argine per straripamenti troppo densi per farsi parola verbale; in quei casi la musica non spiegava e non traduceva nulla, si limitava a sigillare.


E quando ho lasciato decantare la sera aspettando che la polvere si posasse sulle ossa per cercare l’accordo che ne custodisse il nucleo esatto, non volevo alcun resoconto dei fatti o della cronaca, cercavo solo l’asse di rotazione, la postura interiore.

Non mi sono data regole d’ingaggio perché le linee rette sono per i cardiogrammi piatti e un anno di vita non avanza mai per geometrie euclidee, permettendo a questo primo mese di dare forma a un vero e proprio ecosistema di attriti.


L’invocazione scorticata di Antony and the Johnsons in Hope There’s Someone, che gratta sul fondo della paura più atavica affrontando il buio e il respiro di nessun altro, scivola nel metallo sporco di Manson contro il passo calmo di Marley, nello spasmo di Florence, nel ghiaccio dei Sigur Rós o nel legno caldo della chitarra di Tracy Chapman.

Fino al giorno in cui è arrivata Entombed dei Deftones a disegnare l’anatomia esatta del mio telaio interiore attraverso un’architettura di contrasti violenti: l’impalcatura di chitarre distorte e abrasive si erge come un esoscheletro pesante che non fa prigionieri, mentre al centro pulsa un nucleo liquido ed etereo con una voce che ti sigilla dentro, al sicuro. Ascoltandola ho riconosciuto il mio stesso schema di sopravvivenza, quella scorza dura che incassa l’urto restando a guardia di un interno nudo e intatto, non per la cieca illusione di essere invulnerabile ma per l’istinto di sapersi spaccare e ricostruire più densa, armata fino ai denti solo per difendere una spietata tenerezza.


Tutto confluisce nell’epitaffio preventivo di Bob Dylan con la sua I Contain Multitudes, il manifesto perfetto per chi contiene cortocircuiti, accogliendo versioni di sé che non dialogano tra loro, che si scontrano nei corridoi e spesso non si riconoscono allo specchio.


Quella che doveva essere solo una playlist di sfondo si sta calcificando in un’autobiografia priva di aneddoti, che non trattiene cosa sia accaduto il 3 o il 17 luglio sfuggendo all’elenco dei fatti per diventare lo stampo in gesso di come li ho abitati, marcando una differenza affilata e assoluta.


Tra dieci anni l’anagrafica di questa estate si sarà sgretolata lasciando evaporare telefonate, scadenze e persino alcuni volti, ma premendo play su Entombed, su The Great Beyond o su Futura so che la memoria cellulare scatterà immediatamente; non riavvolgerò la pellicola di cosa stavo facendo, rivedrò la lastra a raggi X di chi stavo diventando.


Luglio è solo la prima scalfittura in un percorso in cui ogni mese tornerò a posare un frammento e un marcatore senza recensioni o didascalie tecniche, concedendomi soltanto l’osservazione di cosa accade quando un anno di vita sedimenta, un giorno alla volta, dentro il suono.


Se a giugno prossimo avrò estratto una verità da tutto questo non la leggerò certo nelle metriche dell’algoritmo. Sarà già inscritta nei tessuti di quell’animale mutevole, incoerente e ostinato che ogni mattina apre gli occhi e risponde al mio nome.


Perché, alla fine, non ho raccolto canzoni.

Ho raccolto versioni di me.

La prova che, in ciascuno di quei giorni, sono esistita esattamente in quel modo.

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