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Il giorno in cui si smette di tradursi. Comunicazione non violenta Vs iper -semplificazione .

25 lug
Tempo di lettura: 4 min

La comunicazione non violenta e la prevenzione del rischio


Ci sono persone che attraversano la vita convinte che il loro compito sia facilitare il lavoro agli altri. Non in senso pratico, ma sul piano emotivo.

Sono quelle che spiegano un po' meglio, che aggiungono contesto, che anticipano le possibili obiezioni prima ancora che vengano formulate. Quelle che, mentre stanno parlando, stanno già immaginando come le loro parole potrebbero essere interpretate, fraintese o percepite; e allora correggono il tiro, si aggiustano, smussano gli angoli.

A forza di farlo, diventano bravissime.

Bravissime a leggere la stanza, a intercettare i segnali deboli, a intuire quando qualcuno si sta irrigidendo, quando si sente escluso o quando potrebbe rimanerci male; imparano a prevenire il problema a monte.

Per molto tempo questa capacità viene scambiata per maturità, e in parte lo è.

Perché nasce quasi sempre da una forma di sensibilità: dal desiderio sincero di non ferire, di creare ponti, di costruire relazioni in cui sia possibile incontrarsi senza farsi troppo male. Io credo che molte persone arrivino perfino ad appassionarsi alla comunicazione proprio per questo motivo. Cercano strumenti migliori; modi più accurati di esprimersi; linguaggi che permettano una maggiore comprensione reciproca.

È quello che ho vissuto in prima persona, per esempio, avvicinandomi alla Comunicazione Non Violenta di Marshall Rosenberg. Un approccio prezioso, che invita a osservare senza giudicare, a distinguere i fatti dalle interpretazioni, a riconoscere i bisogni che abitano noi e gli altri; un approccio che nel suo libro più famoso viene riassunto da un'immagine bellissima: le parole possono essere finestre (oppure muri).


L'illusione dell'empatia preventiva


Eppure, a volte, accade qualcosa di curioso: la giraffa della comunicazione empatica finisce per trasformarsi in una professione.

Non si ascolta solamente l'altro: lo si anticipa.

Non si comunica solamente con chiarezza: si lavora preventivamente per evitare qualsiasi possibile attrito.

Non si esprimono i propri bisogni: li si confeziona in modo che risultino il più possibile accettabili.

La differenza è sottile, ma enorme. Perché a quel punto non si sta più comunicando. Si sta gestendo il rischio.

Si comincia a vivere un passo avanti agli eventi, impegnati a prevedere le reazioni altrui e ad adattarsi prima ancora che siano necessarie. Si cominciano a usare sinonimi più morbidi; si abbassa il volume delle proprie necessità; si edulcora la realtà per non farla stridere. Si aggiungono sottotitoli alla propria esperienza, spiegando i silenzi e giustificando i confini; si accompagnano le emozioni con note esplicative, come se ogni parte di sé avesse bisogno di una legenda per essere accolta.

Ma a furia di parlare esclusivamente la lingua di chi ci sta di fronte, accade qualcosa di silenzioso e pericoloso: dimentichiamo la nostra lingua madre. Dimentichiamo come suonano i nostri veri bisogni quando non sono filtrati, censurati o adattati per non disturbare.



Il peso della comprensione


Il problema è che questa strategia di adattamento continuo funziona benissimo. Almeno all'inizio.

Riduce molti conflitti; fa sentire competenti; offre l'illusione di avere un certo controllo sulle relazioni.

Finché non emerge una verità piuttosto scomoda: la comprensione non dipende soltanto da chi parla.

Per quanto siano importanti le parole, esiste una quota di responsabilità che appartiene inevitabilmente a chi ascolta. Chi desidera davvero capire compie uno sforzo: fa domande, tollera qualche incomprensione, accetta di non avere tutto perfettamente chiaro al primo tentativo; prova, in qualche modo, a imparare la lingua dell'altro.

Chi non ha questa intenzione, invece, continuerà a chiedere traduzioni sempre nuove. Più semplici. Più brevi. Più rassicuranti.

Non perché stia cercando una comprensione più profonda, ma perché cerca una versione più comoda.

Ed è spesso lì che arriva il giorno in cui si smette di tradursi.

Spesso, chi era abituato ad avere sempre la versione facilitata si ribella. Arrivano le accuse: "Sei cambiata", "Sei diventata rigida", "Non sei più tu". In realtà, non c'è nessuna rigidità. È solo che, di colpo, il peso della comprensione è stato diviso a metà; e a chi non ha mai fatto lo sforzo di camminare verso di noi, anche un solo passo richiesto sembra un torto imperdonabile.


Esistere senza sottotitoli


Il giorno in cui si smette di tradursi non coincide con una ribellione, né con una chiusura. Non è il giorno in cui si decide di diventare incomprensibili, e non è nemmeno quello in cui si rinuncia all'empatia.

È il giorno in cui si comprende che una relazione non può essere sostenuta da una sola persona; che spiegarsi è un gesto di cura, ma spiegarsi all'infinito è un'altra cosa; che rendersi accessibili non significa rendersi consumabili.

E soprattutto, che non è possibile trascorrere la vita a costruire ponti verso persone che non hanno mai deciso se attraversarli.

Da quel momento qualcosa cambia.

Si continua a parlare. Si continua ad ascoltare. Si continua persino a cercare le parole migliori. Ma non si vive più nell'anticipazione costante. Non si preparano più difese contro accuse mai ricevute; non si passa il tempo a riscrivere se stessi nella speranza di risultare finalmente leggibili a tutti.

Si impara, invece, il vero lusso di esistere senza sforzo e senza sottotitoli. Si sperimenta l'eleganza di lasciare una frase sospesa, senza correre a riempirla di giustificazioni; si accetta che un nostro "no" o un nostro limite possano bastare a se stessi. Non serve più compilare un manuale d'istruzioni per farsi voler bene.

Perché si scopre che essere compresi non è un traguardo che possiamo raggiungere da soli: la comunicazione è sempre un incontro. E nessuna finestra, per quanto limpida, può obbligare qualcuno a guardare dentro.

Forse crescere significa anche questo: smettere di lucidare il vetro per chi non si fermerà mai ad affacciarsi; e custodire quella cura per chi, dall'altra parte, sta cercando davvero di vedere.



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