Lezioni di poesia — Episodio 3: Chandra Livia Candiani, maternità e silenzio
Nel primo episodio la poesia serviva a difenderci, ridendo sul confine. Nel secondo l'abbiamo usata come disciplina, per imparare a restare. Oggi non ci difendiamo. E non cerchiamo di imparare nulla.
Oggi entriamo in una zona più nuda, più fragile, più vertiginosa: quella in cui la magnificenza del dare la vita incontra il silenzio che si apre quando quella vita non può restare. A guidarci è la voce di Chandra Livia Candiani.
La magnificenza e il silenzio
C'è un momento, all'origine di tutto, in cui il corpo fa letteralmente spazio. Un miracolo biologico. Ma anche qualcosa di fisico, quotidiano, animale. Un corpo che cambia forma, un tempo che cambia misura, un io che comincia a non essere più solo io.
Ospitare un altro universo dentro di sé è un atto di una potenza quasi inimmaginabile. Significa cedere carne, sangue, respiro, sonno, confini. Significa fabbricare un orizzonte nuovo. E poi, a volte, la traiettoria si interrompe.
«Io accarezzo il silenzio»
Quando accade, il mondo non sa bene che parole usare. Spesso cerca di consolare riducendo quel passaggio a un incidente. Ma chi lo attraversa sa che non c'è stato nessun fallimento. Quella vita, per quanto breve, è esistita. Ha avuto un peso, una forma, un tempo esatto.
Nella raccolta La bambina pugile, Candiani scrive:
Io accarezzo il silenzio.
Accarezzare il silenzio. Non combatterlo. Non cercando di riempirlo a tutti i costi. Toccarlo con la stessa cura con cui si toccherebbe un corpo fisico. Per chi quella vita l'ha portata, quel silenzio non è mai vuoto: è il calco esatto di una presenza.
«Non ci sono più»
C'è un momento in cui la realtà fisica chiede il conto. E Candiani non ci gira intorno. In Fatti vivo scrive quattro parole che sono una soglia:
Non ci sono più.
Non è una resa. L'intera raccolta è un'invocazione continua: fatti vivo. Il dialogo non si è interrotto. Non sei più dove ti cercavo prima. Non sei più nella materia. Ma il legame continua a dire: fatti sentire.
Bright Horses — Nick Cave
Ad accompagnare questo episodio c'è Bright Horses di Nick Cave, da Ghosteen, scritto nel dopo della morte del figlio Arthur. Una canzone che non consola in modo semplice. Non appiana. Non spiega. Sta accanto. Tiene insieme il mondo fisico e quello invisibile. C'è dolore. C'è incredulità. Ma c'è anche qualcosa che resta.
La domanda di oggi
C'è un silenzio, nella tua vita, che hai smesso di combattere e hai iniziato ad accarezzare? Non serve rispondere subito. Basta portarla con sé.
S.



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