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Lezioni di poesia — Episodio 2: Nazim Hikmet e la gioia come fedeltà alla vita

  • 17 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Nazim Hikmet(1902–1963)
Nazim Hikmet(1902–1963)

Nel primo episodio abbiamo ascoltato una risata pronunciata sul confine.

Una gioia che sapeva benissimo cosa stava sfidando.

Oggi cerchiamo un’altra forma di gioia: più ampia, più limpida, più terrestre.


Nazim Hikmet è stato poeta, drammaturgo, rivoluzionario. Ha attraversato il carcere, l’esilio, la lontananza, eppure la sua poesia non parla mai davvero di rassegnazione.

Parla di ulivi. Di mari non ancora navigati. Di giorni che devono ancora arrivare. Di cose che non sapeva di amare finché non le ha guardate davvero.


In questo episodio esploriamo quattro movimenti della gioia secondo Hikmet: la vita come adesione, il futuro come fiducia, il mondo come inventario, l’altro come patria.


Una gioia non ingenua, non decorativa, non consolatoria.

Una gioia che sa che il dolore esiste, ma decide di non consegnargli tutto.


Con un brano di Niccolò Fabi che sembra scritto per chiudere il cerchio: Costruire.



I testi


Dalla poesia Alla vita

“Devi prendere la vita così sul serio,ma così sul serio,che a settant’anni, ad esempio,pianterai degli ulivi...”


Da Il più bello dei mari

“Il più bello dei mariè quello che non navigammo.I più belli dei nostri giorninon li abbiamo ancora vissuti.”


Da Le cose che non sapevo di amare

“Non sapevo di amare la terra...Non sapevo di amare il cielo...Non sapevo di amare tante cosee ho dovuto aspettare i sessant’anni per scoprirlo.”


Da Lettere a Piraye

“Sei la mia schiavitù, sei la mia libertà.Sei la mia carne che bruciacome la nuda carne delle notti d’estate.Sei la mia patria.”


Nazim Hikmet(1902–1963)


La domanda di oggi

C’è qualcosa della vita che hai scoperto di amare proprio perché hai iniziato a guardarla meglio?


La playlist

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