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Lezioni di poesia — Episodio 4: La poesia che non sapemmo ricevere

8 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Avevo dodici o tredici anni. Era estate. C'era una spiaggia, una festa e quella forma di allegria un po' feroce che spesso appartiene ai gruppi di adolescenti. A un certo punto ricevetti un biglietto. Dentro c'era una poesia dedicata a me. E io risi.

Ci sono regali che riceviamo troppo presto. Non perché siano sbagliati. Ma perché, quando arrivano, non abbiamo ancora imparato come si fa ad accoglierli.

Aridità — la muraglia di Montale

Molti anni dopo ho trovato un'immagine capace di raccontare quella mia reazione. È la muraglia di Montale, in Meriggiare pallido e assorto:

Sentire con triste meraviglia / com'è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Quel giorno camminavo dietro una muraglia. I cocci aguzzi erano le risate. Servivano a tenere lontano ciò che non sapevo nominare: la vulnerabilità di chi aveva scritto e, soprattutto, la mia.

Vertigine — Pessoa e la contraddizione

Qualcuno, quel giorno, non rise. Un amico più grande mi rimproverò. Disse: «Non si ride di queste cose.» Aprì una crepa nel muro. Fernando Pessoa, attraverso Álvaro de Campos, scrive in Tabaccheria:

Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.

Dichiararsi niente per non rischiare nulla. Fingere indifferenza e avere, contemporaneamente, tutti i sogni del mondo dentro. Forse quella risata diceva: «Non mi importa.» Ma lo diceva con tanta forza perché, da qualche parte, aveva già cominciato a importarmi.

Attraversamento — Pavese e Mary Oliver

Per anni non ho pensato a quel biglietto. Ma dimenticare non significa sempre lasciare andare. Cesare Pavese scrive:

Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola.

Attraversare non significa tornare indietro e correggere la scena. Posso raggiungere quella ragazzina con il suo costume turchese a quadretti bianchi. Dirle che non era crudele: era spaventata. Che la sua risata era un riparo.

E poi arriva Mary Oliver, con Oche selvatiche: non devi essere buono. Devi permettere al morbido animale del tuo corpo di amare ciò che ama. Pavese dice che devo attraversare. Mary Oliver mi insegna che posso farlo senza processarmi.

Ritorno — la poesia che aspettava

Quel ricordo ritorna oggi. La donna che sono guarda la ragazzina che ero. La ragazzina tiene ancora in mano quel foglio. E la poesia, dopo tutti questi anni, aspetta ancora di essere ricevuta.

Serena e gioiosa mi sei subito apparsa / quando un giorno nel cuore mi sei comparsa. / Splendente e radiosa e sono rimasto colpito / mentre cercavo la luce nel buio infinito. / Nei tuoi capelli ritrovavo il sole, / nei tuoi occhi rivedevo il mare. / E trasformar può la vita se uno vuole, / trovando nella tristezza chi poter amare.

Non so se quella poesia fosse bella. So che era vera. E forse la poesia comincia proprio qui: quando qualcuno trova parole abbastanza coraggiose da consegnare a un'altra persona il proprio sguardo. Quel giorno non seppi accoglierle. Oggi sì. A quel ragazzo senza volto, finalmente, dico grazie.

La domanda di oggi

Quali parole hai respinto perché non eri ancora pronto ad accoglierle, ma continui a portare dentro? La canzone è Fistful of Love di Antony and the Johnsons. Perché alcune parole non ci accarezzano soltanto. Ci colpiscono. E proprio per questo rimangono.

S.

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