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Lezioni di poesia — Episodio 6: Posso tornare a giocare?

2 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

C'è un momento della vita in cui smettiamo di giocare. Non accade all'improvviso. Nessuno ci convoca per comunicarcelo. Non esiste una cerimonia ufficiale dell'abbandono. Eppure succede.

Cominciamo a preoccuparci di essere credibili. Efficienti. Affidabili. Produttivi. E lentamente perdiamo l'abitudine di fare qualcosa soltanto perché ci incuriosisce, soltanto perché apre una possibilità.

Gianni Rodari — l'orecchio acerbo

La poesia di oggi è dedicata a una persona che ha trascorso la vita a difendere la possibilità. Gianni Rodari. Molti lo ricordano come uno scrittore per bambini. Io credo che fosse soprattutto uno scrittore che prendeva molto sul serio l'immaginazione. Perché aveva capito una cosa fondamentale: la fantasia non è un lusso dell'infanzia. È uno strumento per abitare il mondo.

Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo / vidi salire un uomo con un orecchio acerbo. / Non era tanto giovane, anzi era maturato / tutto, tranne l'orecchio, che era rimasto un prato. / «Signore,» gli dissi dunque «lei ha una certa età: / di quell'orecchio verde che se ne fa?» / Rispose gentilmente: «Dica pure che son vecchio. / Di giovane mi è rimasto soltanto quest'orecchio. / È un orecchio bambino, mi serve per capire / le cose che i grandi non stanno mai a sentire: / ascolto cosa dicono gli alberi, gli uccelli, / le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli...»

Quello che amo di Rodari è che non ci invita mai a evadere dalla realtà. Ci invita a guardarla da un'altra angolazione. A fare una domanda imprevista. Perché molto spesso non sono le risposte a cambiarci la vita. Sono le domande.

Fernando Pessoa — tutti i sogni del mondo

Molti anni dopo Rodari, Fernando Pessoa ha scritto parole che continuano a sorprendermi:

Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.

Quasi tutti ricordano l'ultima frase. Io resto sempre colpita da quell'espressione: «a parte questo». Come se avere dentro tutti i sogni del mondo fosse una cosa normalissima. Come se appartenesse a tutti. Come se non fosse un privilegio. Ma una condizione umana.

Forse da bambini lo sappiamo. Sappiamo che una scatola può diventare una nave. Poi cresciamo. E ci convinciamo che il possibile debba restringersi. Ma forse diventare adulti non significa smettere di immaginare. Forse significa imparare a proteggere ciò che immaginiamo.

La differenza tra essere seri ed essere spenti

Rodari non ci chiede di tornare bambini. Ci chiede qualcosa di molto più difficile: restare vivi. Conservare quella parte di noi che continua a fare domande, che continua a credere che il mondo possa essere leggermente diverso da come appare.

In fondo anche la poesia funziona così. Non aggiusta i conti. Non compila moduli. Eppure ci aiuta a vivere. Perché ci restituisce uno spazio che spesso dimentichiamo: lo spazio del possibile.

Where Do the Children Play? — Cat Stevens

La canzone che accompagna la domanda di oggi è Where Do the Children Play? di Cat Stevens. Una canzone del 1970 che osserva un mondo sempre più pieno di strade, edifici, progresso e velocità. E si ferma a porre una domanda apparentemente semplice: dove giocheranno i bambini? Ascoltandola bene si capisce che non parla soltanto dei bambini. Parla dello spazio che lasciamo all'immaginazione.

La domanda di oggi

Dove giocano ancora i bambini che siete stati? E quando è stata l'ultima volta che avete fatto qualcosa soltanto per meraviglia?

Non cercate una risposta immediata. Portate queste domande con voi. Lasciate che vi accompagnino nei prossimi giorni.

S.

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